Cultura

Venduta la prima scultura che non esiste, collezionista offre 15.000 euro

E’ di Salvatore Garau la prima scultura immateriale all’asta.

L’artista Salvatore Garau ha sfondato forse l’ultima barriera rimasta nell’arte, quella della presenza dell’oggetto. La sua opera “Io sono” infatti non esiste. L’unica testimonianza del lavoro è il suo certificato.

Molti sono stati i linguaggi radicali parlati dagli artisti negli anni. Probabilmente il primo fautore di una critica al limite del sistema dell’arte è stato Duchamp, più di cento anni fa. Con l’industrializzazione della produzione in serie l’artista cominciò a chiedersi cosa sia l’arte e quale fosse la funzione degli oggetti sempre più presenti nell’ambito della vita quotidiana. Inventò così il ready-made: prese degli oggetti esistenti, come una ruota o un orinatoio, e li trasformò in opere d’arte separandoli completamente dal loro valore utilitaristico. Un oggetto di uso comune veniva manipolato, svuotato dal suo comune significato, e riadattato a opera d’arte, con una firma, un artista che lo valutava come proprio lavoro e un contesto artistico pronto ad esporlo come azione dell’artista. In questo senso l’orinatoio rovesciato e firmato da Duchamp ne diventa il simbolo. Così una ruota di bicicletta, e innumerevoli altre azioni pensate dall’artista.

Duchamp è così riuscito a mettere in discussione tutto il sistema dell’arte. Cos’è un’opera d’arte? Tutto può diventarlo. Garau ha osato ancora di più. Può il niente essere arte? Può un artista accaparrarsi l’energia del vuoto, firmarla e venderla? A quanto pare anche questo è possibile. Della scultura “Io sono” non esiste niente, se non un foglio che testimonia l’esistenza dell’opera. In questo caso, l’esistenza concettuale. Un’esistenza riconosciuta e pagata migliaia di euro. Esattamente, 15.000 euro, pagate da un collezionista presso Art-Rite, una casa d’aste milanese che si occupa di lavori degli ultimi due decenni. L’opera finirà a casa del collezionista, che dovrà riservare all’opera uno spazio libero di almeno 150 x 150 centimetri. Anche sul libro illustrato dell’asta, al posto della classica foto descrittiva dell’opera, è apparso un intonso spazio bianco.

L’artista ragiona sul concetto di vuoto, e secondo lui lo spazio che sarà dedicato alla sua opera sarà un concentrato di energia di un certo tipo, raccoglierà una serie di pensieri dedicati all’opera, al vuoto e al niente. Garau fa un parallelo pensando al concetto di Dio, a cui noi diamo una forma seppure non possiamo vederlo. La figura di Dio raccoglie molte energie da parte dell’umanità, che si concentra in riti per celebrarlo e preghiere personali. Perché anche un’opera d’arte a questo punto può essere solo puramente concettuale?

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